Impossibile fermare le onde: infinitamente si dondolano sospirano viaggiano corrono urlano.
Impossibile vivere il momento, semplicemente perché il momento non esiste: ogni attimo include quello passato e quello che verrà appena dopo.
Come onde viviamo in un flusso continuo: si vive NEL moVImento.
Non siamo eterni, però siamo fatti di eternità.
La stessa eternità di cui sono fatte le parole, le immagini, la musica.

Ti ricordi?


Ti ricordi quando giocavamo insieme tutti i giorni, da piccoli?

Tutti i giorni
uscivo di casa il pomeriggio presto, e venivo a suonare il tuo campanello.
Mi bastava attraversare la strada, ed ero da te.
Poi uscivamo insieme, e passavamo le ore
sull’asfalto fumoso e rovente, a correre a piedi o in bicicletta,
sull’altalena del parco delle meraviglie dietro casa tua, a canticchiare parole inventate che solo noi potevamo capire,
sul nostro invisibile tappeto volante, a esplorare il mondo e la vita, oltre le colonne d’Ercole delle nostre piccole stanze.

Mi basterebbe attraversare la strada, e sarei da te.
E invece, questo muro invisibile si è innalzato col passare del tempo, e nessuno di noi due ha il coraggio di buttarlo giù. 
Il rotolo dei nostri anni si è dispiegato così in fretta che non so nemmeno se ci riconosceremmo più.
Rimaniamo legati al ricordo liquefatto di quei due bambini, che certamente esistono ancora, ma nascosti dietro a tante e tante mura, erette a difesa della nostra fortezza di cemento e cartapesta.

Domani pomeriggio, dopo i compiti, indosserò i guanti e il berretto, e andrò a suonare il campanello di casa di Luca.
Lui chiuderà il quaderno e l’astuccio, verrà ad aprirmi e, senza stupirsi, come sapendo che non potevo che essere io, mi guarderà dritto negli occhi e mi sorriderà.
Ci sorrideremo, e ci scambieremo un lungo, lunghissimo abbraccio.
Lui riprenderà in mano il suo Gameboy grigio, riposto in un cassetto sotto ai fumetti di Topolino e alle videocassette Disney, e ci metteremo a giocare ai Pokemon.
Poi inventeremo storie bellissime, come questa, e rideremo in un modo che pensavamo di aver dimenticato.
Andremo a goderci il tramonto nel parchetto delle meraviglie, senza Jimmy (il cane più stanco del mondo), che una volta ci seguiva, col suo passo lento ma scodinzolante, e aveva stampato sul muso il nostro stesso sorriso.

E ripenseremo a quando davanti casa tua, a fianco della mia, al posto della villa con le palme c’era la stazione dei pulmini, sì, quelli piccoli e gialli che sembravano usciti da un cartone animato…Una mattina, mentre aspettavamo seduti sulla panchina di legno il pulmino che ci avrebbe portati a scuola, tu mi chiedesti se volevo sposarti, e io ti risposi di sì.

Chi sei ora? Ci pensi mai a me?
Tutti questi anni ci hanno complicato la vita e il carattere, e ognuno di noi si è costruito le proprie sovrastrutture, imprigionando quel mini Uomo puro e originario che una volta ci rendeva uguali. Una volta eravamo la stessa persona, gli stessi piccoli e identici esemplari di Uomo, e non c’era bisogno di parlare per capirsi, perché parlavamo la stessa lingua, quella degli occhi che non pensano, perché sono troppo intenti a scoprire il mondo.
Ora abbiamo scoperto troppo (anche se non ci sembra mai abbastanza), e del mondo abbiamo paura. Allora ci tappiamo gli occhi, e pensiamo sia meglio fingere di essere ciechi. Fingiamo così tanto, che finiamo per convincercene sul serio. Finiamo per dimenticare che c’è una benda davanti al nostro sguardo, che ci impedisce di Vedere.

Se esiste un Dio, è qualcuno che non conosce Dolore, perché il dolore si sopporta meglio bendandolo, altrimenti ti può accecare.
Anche Amore è cieco. Quando l’uomo toglie le bende dai suoi occhi, si accorge che Amore e Dolore si sovrappongono, e sono alla fine dei conti la stessa cosa.
Se esiste un Dio, è Amore puro e illimitato, è un Occhio che vede tutto e può guardare la luce, ovvero se stesso, senza rimanere cieco.
Dio è quell’amore a cui tendiamo e che mai avremo.

Ora ricordo, Luca, quando ci siamo persi di vista, quando la corda si è spezzata e ci siamo lasciati fuggire: è stato il mio primo amore, a rendermi cieca, a farmi vedere nient’altro che lui, e tu, di colpo, non sei esistito più, così come la tua casa in via Collina.
Poi è arrivata anche la fuga dal mio paese-culla-sulla-collina, e ho creduto di poter cancellare a mio piacimento le memorie, che mi ancoravano a un microcosmo che volevo rigettare.

Mi ritrovo adesso e di nuovo qui, sforzandomi di richiamare alla mente ricordi appesi a un filo sospeso sul precipizio dell’oblìo.
Sono qui, senza conoscere più nessuno, che mi perdo nelle mie fughe evasive, rimpiangendo tutto ciò che non ho più.

In tutti questi anni ho imparato almeno a riconoscere un’amicizia vera, perla di rara bellezza, e a capire che non devi distrarti troppo, altrimenti rischi di fartela scivolare dalle mani, e di non rivederla mai più.

Fragile Natura, hai le labbra cucite


Fragile Natura, hai le labbra cucite
e non so se c'è un modo per toglierti i punti.
Mute le tue ferite, eppure suoni
questo disco sempre uguale e sempre diverso
che gira all'infinito.
Dirige l'orchestra il maestro Vento
in questo concerto che trascina via con sé
la polvere e le paure,
le foglie morenti e le persone.
E noi, platea colma di fiori,
col sole che ci versa fiumi di luce in bocca,
danziamo sfrenati e senza sosta
seguendo il ritmo scandito dal cuore.
Zuppi di rugiada, avvinghiati gli uni agli altri,
passiamo una vita a stare in equilibrio
sul nostro stelo che vibra d'amore...
Finché la notte non ci coglie ubriachi,
a sorreggerci a vicenda, ad aiutarci
a non cadere nel silenzio della terra.